Parole, posture e pratiche che riabilitano e debilitano nei percorsi di accoglienza richiedenti asilo e rifugiate
Parole chiave:
rifugiate, materno, riabilitazione, progetti, operatriciAbstract
Nel nostro lavoro con rifugiate e richiedenti asilo, ci siamo trovate spesso a riflettere sul linguaggio e sulle pratiche che emergono nei percorsi di accoglienza e integrazione. Questo contributo indaga le parole e le posture che, pur avendo l’intenzione di «riabilitare» e sostenere, finiscono talvolta per creare dinamiche di potere asimmetriche, riproducendo processi che debilitano i soggetti. Concentrandoci sul concetto di «materno» come etichetta riabilitativa e allo stesso tempo disabilitante, esploriamo le implicazioni di questa categorizzazione, che influisce sia sulle rifugiate, viste come madri meritevoli di protezione, sia sulle operatrici, spesso giudicate per la loro inclinazione o meno a una postura «materna» nei confronti delle assistite. Attraverso frammenti etnografici, analizziamo come il materno diventi una misura di giudizio che determina chi sia considerata/o degna/o di inclusione o esclusione, e come ciò rifletta pratiche di controllo più ampie. Infine, proponiamo una lettura critica delle pratiche di accoglienza, evidenziando come il materno, anziché facilitare un’integrazione autentica, spesso consolida gerarchie che limitano la reale emancipazione sia delle rifugiate sia delle professioniste coinvolte.
