Shakespeare and the Conscience of Aaron
DOI:
https://doi.org/10.13133/2283-8759/19318Parole chiave:
Acte gratuit, conscience, homeopathic tragedy, performed evil, spectralityAbstract
Titus Andronicus, la prima tragedia romana di Shakespeare, mette in scena la storia di una città che rapidamente e implacabilmente si trasforma da uno scenario romano vittorioso e ‘pio’ in uno sfondo di orrore vendicativo. E tuttavia, in modo a mio parere significativo, il male emerge come domanda proprio verso la conclusione: quando la carneficina di una guerra totale sembra avere esaurito le possibilità dell’orrore e quando una umanità devastata – come l’angelo di Walter Benjamin – è violentemente scagliata nel futuro con “lo sguardo rivolto all’indietro, verso le macerie che si lascia alle spalle”. L’epitome di questa emersione si situa nello spazio dislocato di un monastero in rovina, il luogo dove il sopravvissuto erede degli Andronici (il generale Lucio) e il Moro al seguito dei Goti (Aronne) sono convocati da Shakespeare ad un vero e proprio finale di partita; una disputa provocatoria sul male e sulla coscienza. A partire dalla prima scena del quinto atto, questo saggio pone in evidenza l’intrico di problematiche sollecitate (religiose, teologiche, filosofiche, culturali e razziali) e il ruolo provocatorio che la scena stessa assume nella cornice di questo play nonché nell’intero canone tragico shakespeariano.
