The Mind’s Eye: Seeing Things in Shakespeare
DOI:
https://doi.org/10.13133/2283-8759/19323Parole chiave:
delusion, hallucination, invisibility, paranoia, Hamlet, The Winter's TaleAbstract
Questo saggio tratta dell'interesse di Shakespeare per l'illusione, in particolare per quel tipo di ostinata autoillusione che deriva dall'abitudine, descritta da Bacon, di “sottomettere le apparenze delle cose ai desideri della mente”. Dapprima sfruttata come tema comico, la tendenza a riorganizzare e distorcere la realtà assunse forme più cupe e meno gestibili nelle opere teatrali scritte da Shakespeare dalla fine degli anni novanta del XVI secolo in poi, rendendo inevitabile il passaggio alla tragedia come genere in cui questo tema poteva essere trattato in modo più approfondito. Un tentativo tardo, in The Winter's Tale, di includere un protagonista autoillusorio la cui paranoia eguaglia quella di Otello o Macbeth, 'salvandolo' per un finale comico, ha un successo solo parziale.
