Reading Bad: Some Reflections on Evil in Narrative
DOI:
https://doi.org/10.13133/2532-1994/19433Abstract
Il male è parte integrante della narrazione, svolgendo una funzione sia estetica che morale: dà piacere al lettore, ampliando la risonanza del racconto e creando contrasti che fanno spiccare il bene. I lettori possono disapprovare gli elementi negativi di una storia, ma ne traggono anche un beneficio notevole. Nei Vangeli, senza la crocifissione non c’è redenzione, senza gli eccessi del figliol prodigo non avremmo visto l’amore sconfinato del padre. Antigone deve morire per farci capire la necessaria tensione tra moralità individuale e le esigenze dello Stato. Dante deve scendere fra i dannati per poi scoprire l’ordine celestiale. Assistere alla morte di Amleto ci permette di capire un po’ meglio i grandi temi della nostra vita. Nel Novecento, durante il crollo delle vecchie certezze, le nostre storie focalizzavano una rinnovata attenzione alle perenni questioni del male. Ma dove si colloca la figura del lettore-spettatore che contempla gli ultimi disastri sacri, tragici o banali? Abbiamo veramente capito tutte le dimensioni del male? Ai nostri giorni, la narrativa popolare (romanzi polizieschi, thriller, film d'avventura) tende ad assumere le azioni malvagie come pretesto per farci accogliere la violenza estrema come una liberazione catartica. Tale effetto si trova nella narrativa, ma anche nelle ondate di racconti manipolatori che alimentano la propaganda politica. Le presenti riflessioni metteranno in luce la posizione scomoda del lettore (ipocrita?) quando i nostri sistemi etici si schiantano contro il mondo morale delle nostre storie.
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